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Dolomitica 380: sulle mie Dolomiti, questa volta in bicicletta

Le Dolomiti fanno parte della mia vita da quando ero piccola.

Ho iniziato a sciare da bambina e ancora oggi, durante l’inverno, sono spesso su queste montagne con i miei figli, che condividono con me questa grande passione. Sono luoghi che conosco da sempre, che ho vissuto in tutte le stagioni e che, in qualche modo, sento un po’ miei.

Quei passi li ho affrontati tantissime volte con gli sci. Questa volta, però, ho deciso di affrontarli in bicicletta. E non per una semplice uscita.

Per una gara di 380 chilometri, quasi 10.000 metri di dislivello e 11 passi.

La Dolomitica 380 è stata una delle gare che mi sono piaciute di più in assoluto. Forse proprio perché pedalare su quelle montagne che conosco da sempre, e vedere dal sellino della bicicletta gli stessi luoghi che d’inverno vivo con gli sci, ha avuto qualcosa di magico.

La partenza

Parto nel pomeriggio, alle 17:44 per l’esatezza.

Davanti a me ci sono circa 380 chilometri e una lunga notte. Il percorso prevede undici passi:

  • Passo San Boldo
  • Forcella Aurine
  • Passo Duran
  • Forcella Staulanza
  • Passo Fedaia
  • Passo Sella
  • Passo Gardena
  • Passo Campolongo
  • Passo Giau
  • Forcella Cibiana
  • Passo La Crosetta / Cansiglio

Quando guardi un elenco così prima della partenza, sembra quasi impossibile immaginare di farli tutti. Ma in gara non puoi pensare a tutti quei chilometri.

Pensi al passo che hai davanti. E poi a quello dopo.

I primi passi

I primi passi li affronto molto bene. Sono ancora fresca, le gambe girano e riesco a godermi il percorso.

Il San Boldo lo conosco già: è la seconda volta che lo affronto in bicicletta. È un passo che mi piace molto, anche per le sue caratteristiche gallerie. Pedalarci dentro è sempre qualcosa di particolare.

E poi ci sono loro: le Dolomiti. Quelle montagne che conosco da una vita. Davanti a me ci sono ancora tantissimi chilometri e per il momento mi sento bene.

Passo dopo passo arrivo al fantomatico Fedaia!

ll Fedaia nella notte

Uno dei momenti più belli arriva sul Fedaia. È notte.

E io sto pedalando su una montagna che conosco da sempre, ma che sto vivendo in un modo completamente nuovo. D’inverno qui ci sono gli sci. Ci sono i miei figli. Ci sono le giornate sulla neve. Questa volta ci sono io, una bicicletta e una strada che sale nel buio.

E poi arriva l’alba. Vedere la luce tornare sulle montagne dopo una notte passata pedalando è qualcosa di difficile da spiegare. È uno di quei momenti in cui, nonostante la stanchezza, ti fermi quasi mentalmente a guardare.

E pensi che sì, ne vale la pena.

Poi, inevitabilmente, la situazione cambia. Comincio a essere stanca. E devo essere onesta: non avevo l’allenamento ideale per affrontare una gara con quasi 10.000 metri di dislivello. Lavorando e con due figli, non riesco sempre ad allenarmi quanto vorrei e questa cosa, nella seconda parte della gara, si fa sentire.

La stanchezza si fa sentire

I passi che normalmente conosco e percorro anche con la Maratona dles Dolomites o Sellaronda (Sella, Gardena a Campolongo), questa volta li soffro tantissimo. È curioso come possa cambiare completamente la percezione di una salita. Una strada che conosci e che normalmente consideri affrontabile, dopo centinaia di chilometri diventa un’altra cosa.

Le gambe sono pesanti. La fatica aumenta. E devi cominciare a gestire ogni energia.

Il Giau

Tra gli ultimi arriva lui, il re indiscusso delle Dolomiti, il Giau.

E io a quel punto sono davvero KO. Non so neanche come ho fatto. Ma l’ho fatto. Nell’ultracycling, ci sono momenti in cui non pensi più a quanto sei allenata o a quanto sei forte. Pensi soltanto a continuare.

Una pedalata.

Poi un’altra.

E alla fine sei lassù (anche nel doppio del tempo del tuo solito, ma sei su).

La paura sul Cibiana

Sul Cibiana, invece, che arriva dopo la seconda time station di Cortina, arriva un’altra difficoltà. Il temporale!

Ci sono lampi. Fortissimi.

Il cielo si illumina continuamente e io ho veramente paura. Ho il panico all’idea di poter essere colpita da un fulmine. Quando sei sola, in montagna e hai già tantissime ore di gara nelle gambe, la paura diventa molto più grande.

In quel momento non c’è niente di romantico. Nel buio del temporale, hai paura davvero.

Poi, però, devi imparare a gestire anche quella. Come gestisci la stanchezza. Come gestisci la fame. Come gestisci tutto quello che ti passa per la testa in una gara così lunga.

Sentirsi coccolati durante una gara

Un’altra cosa che mi ha colpito tantissimo è stata l’organizzazione. Durante il percorso c’erano 2 Time Station. I ragazzi sono stati davvero fantastici. Ho potuto ricaricare il cellulare, sistemare le mie cose e ripartire.

Ma soprattutto mi sono sentita coccolata.

Seguita. Protetta. Incoraggiata.

Lungo il percorso c’era sempre qualcuno dell’organizzazione che ti dava una parola, un sorriso, un incoraggiamento. E in una gara di questo tipo significa tantissimo. Quando sei sola per ore, sapere che c’è qualcuno che ti sta aspettando e che crede in te ti dà una forza enorme. Non serve che faccia qualcosa di concreto.

A volte basta un: “Dai, forza!” E riparti.

Questa è stata una delle cose più belle della Dolomitica: mi sono sentita davvero protetta durante la gara.

L’ultimo passo… quello che ho odiato 🤣

E poi arriva l’ultimo passo.

Quello che non avevo mai fatto. E qui lo ammetto: l’ho odiato. 🤣

Ero veramente distrutta.

Avevo già nelle gambe centinaia di chilometri e migliaia di metri di dislivello e pensavo che ormai fosse arrivato il momento di chiudere. E invece no. Quell’ultima salita decide di farmi soffrire ancora.

Ci sono pendenze che arrivano al 18% e, soprattutto, non molla. Il Giau a pensarlo era una passeggiata! Io non ne avevo veramente più. Ma continuavo a pedalare.. anche se con qualche lacrima di stanchezza.

Non c’era più niente di eroico o di elegante. C’era solo la voglia di arrivare in cima e chiudere quella salita.

E quando finalmente sono arrivata in cima, più che una celebrazione è stato un enorme: “Finalmente!!!” 😂

Quella salita me la ricorderò proprio perché l’ho odiata.

Pioggia, fame e gestione

Durante la gara ha anche piovuto. Fa parte dei giochi. Per fortuna non ho trovato un freddo terribile, e questo mi ha aiutata. Alla fine, però, sono arrivata con una fame incredibile. Ed è una delle cose su cui voglio lavorare per il prossimo anno. In una gara così lunga non bastano le gambe. Devi saper gestire anche l’alimentazione e l’energia.

Probabilmente questa è una delle cose che posso migliorare di più. Perché nella seconda parte ho perso parecchio. Ma sono comunque riuscita a portare a termine la gara, nonostante una preparazione che non era quella che avrei voluto. E di questo sono molto soddisfatta.

Alla fine sono circa 30 ore 25 min di gara.

I miei dati raccontano:

384,17 km
9.598 m D+
26h 27’42” di movimento
14,5 km/h di media
10.354 kcal

Ma i numeri raccontano solo una parte.

Dentro quelle 30 ore ci sono la pioggia, la notte, i lampi, la fame, la stanchezza, le salite, la paura e tutti quei momenti in cui ti chiedi come riuscirai ad arrivare alla fine. E ci sono anche momenti bellissimi. Le montagne. L’alba. E quella sensazione di essere dentro qualcosa che, anche quando è durissimo, non vorresti perdere.

E poi arriva la sorpresa più grande.

Sono arrivata prima donna Under 50 e ho conquistato il titolo di Campionessa Nazionale Ultrafondo 2026. Alla fine ero praticamente da sola nella mia categoria, ma questo non cambia quello che provo per quel titolo.

Sono salita sul palco per la premiazione, insieme agli altri campioni italiani di ultrafondo e ultracycling. E poi è partito l’Inno di Mameli.

Quello è stato un momento da brividi.

In pochi minuti mi è passato davanti tutto. Le salite. La notte. I lampi. La paura. La stanchezza. Quel maledetto ultimo passo. 😂

E la sensazione di non sapere se sarei riuscita ad arrivare in fondo. E invece ero lì. Sul palco. Con il titolo di Campionessa Nazionale.

La Dolomitica mi ha ricordato ancora una volta perché amo così tanto l’ultracycling.

Perché a un certo punto non è più una gara contro gli altri. È una gara contro te stessa. Contro la voglia di fermarti. Contro la paura. Contro la stanchezza. Contro quella voce che, quando sei distrutta, ti dice che forse basta così. E proprio lì scopri di avere ancora qualcosa.

Una pedalata. Poi un’altra. E poi un’altra ancora.

La Dolomitica 380 voglio rifarla.

Il prossimo anno vorrei arrivare più preparata. Vorrei riuscire a gestire meglio la seconda parte, soprattutto quelle lunghissime ore di salita. Vorrei migliorare l’alimentazione e arrivare alla fine con un po’ più di energia. Perché questa volta ho dato tutto quello che avevo. E forse è proprio questo che mi rende così soddisfatta.

E poi voglio pedalare tra le mie montagne. Quelle che conosco da quando ero piccola. Quelle dove ho imparato a sciare. Quelle dove ancora oggi passo l’inverno con i miei figli. Le stesse montagne che normalmente guardo con gli sci ai piedi.

Dolomitica. Una delle gare che mi sono goduta di più.

E che, nonostante quel maledetto ultimo passo, voglio assolutamente rifare. ❤️🚴‍♀️⛰️

Ride Wild. Always.

Francy

Vuoi vedere con i tuoi occhi la Dolomitica, le salite e le emozioni? Ho raccolto i momenti più intensi e il dietro le quinte di questa gara nei due video qui sotto.

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