

Ci sono gare in cui pedali per arrivare prima degli altri. E poi ci sono gare in cui, dopo qualche centinaio di chilometri, ti dimentichi quasi che stai facendo una gara.
Per me, l’UtrechtUltra XL è stata entrambe le cose.
È stata una sfida da 1.689 chilometri, 14.000 metri di dislivello e cinque Paesi attraversati in cinque giorni e mezzo circa. Ma soprattutto è stata un viaggio. Un viaggio fatto in bicicletta e condiviso con il mio compagno Marco, attraverso Paesi, montagne, coste, vento, caldo, sonno, fame, incontri e momenti che difficilmente avrei vissuto nello stesso modo viaggiando con qualsiasi altro mezzo.


Pedalare in coppia amplifica tutto: la fatica, le emozioni e anche le incomprensioni. Quando sei stanco diventi più sensibile e più nervoso, e basta poco perché una piccola incomprensione diventi qualcosa di più. Anche noi abbiamo avuto un paio di momenti difficili, ma li abbiamo superati. E questo è forse uno degli aspetti più belli di una prova così dura e lunga: quando uno dei due è in difficoltà, l’altro può avere ancora un po’ di energia da regalare. Marco sicuramente mi ha tirato molto, ma anche io, quando ne avevo la possibilità, ho dato qualcosa a lui. Alla fine, non conta chi tira chi: conta arrivare insieme.
Eravamo gli unici italiani tra i partecipanti e siamo stati accolti con grande simpatia dagli olandesi. E già dalla partenza ho avuto la sensazione che questa sarebbe stata molto più di una gara.
Attraversare l’Europa
Siamo partiti da Utrecht e abbiamo iniziato a pedalare attraverso i Paesi Bassi. Siamo passati da Wintelre, dove ci siamo fermati anche davanti alla piccola chiesa del paese, e poi siamo entrati in Belgio, facendo una sosta a Borsem, dove siamo stati accolti in una casa davvero particolare da alcune persone molto gentili.
Poi il Lussemburgo.
E lì è arrivato uno dei primi grandi regali del viaggio: Vianden, con il suo bellissimo castello. Vederlo arrivando in bicicletta, dopo tanti chilometri, è stato qualcosa di speciale.

Abbiamo attraversato anche la zona di Berdorf e Consdorf , con quelle formazioni rocciose, gole e passaggi che sembravano quasi canyon. Luoghi che, pedalando, hai il tempo di guardare davvero.


Poi Saarbrücken (Germania) e infine la Francia.
Una delle cose che ho amato di più è stata proprio questa: in bicicletta i confini quasi scompaiono. Passi da un Paese all’altro senza quasi accorgertene, ma senti cambiare lentamente i paesaggi, gli odori, le strade, le case.
In macchina attraversi un territorio. In bicicletta lo vivi.
Rallenti. Respiri. Guardi.
Non sei semplicemente qualcuno che attraversa un luogo: in qualche modo ne fai parte.
La Francia e le montagne
In Francia abbiamo attraversato piccoli paesi, chiese e cattedrali. A Saint-Mihiel e Dugny-sur-Meuse abbiamo rallentato davanti a luoghi che ci hanno colpito, concedendoci quelle piccole soste che in una gara tradizionale forse non avresti mai fatto.



Ma per me erano parte della gara.
O meglio, erano parte del viaggio.
Poi sono arrivate le montagne dei Vosgi, bellissime e impegnative. Con le biciclette cariche di borse da bikepacking, ogni salita si faceva sentire, ma bastava una curva e un panorama aperto davanti agli occhi per dimenticare per qualche minuto la fatica.
Alla time station di Metzeral abbiamo trovato un rifugio e persone davvero gentili. Ci hanno dato da mangiare e ci hanno permesso di fare una doccia veloce. Dopo tante ore in sella, una doccia calda, del cibo e un posto dove sedersi sembrano cose semplici, ma diventano un lusso.


E poi c’è stata una notte che difficilmente dimenticherò.
Eravamo ancora in Francia, in una zona isolata. Si era alzato il vento e stava arrivando una brutta perturbazione. Abbiamo cercato un riparo e ci siamo ritrovati a dormire per circa tre ore, a terra, all’ingresso di un ufficio postale.
Non era certo il posto più comodo del mondo, ma in quel momento era perfetto. Eravamo protetti dal vento e dalla pioggia e potevamo chiudere gli occhi.
Dopo tanti chilometri le priorità cambiano. Un pavimento asciutto può diventare un letto meraviglioso.



La caccia all’acqua, il cibo e il sonno
Se le salite bruciano nelle gambe, è il caldo a prosciugarti dentro. La gestione di acqua, cibo e sonno si è trasformata in una vera guerra di sopravvivenza.
Abituati alla nostra Italia, dove ogni piazza ha la sua fontana o un bar aperto, l’impatto con il nord Europa è stato duro. Chilometri all’infinito sotto un sole cieco, attraversando paesi deserti, con la gola in fiamme e le borracce desolatamente vuote. La sete era talmente feroce che siamo arrivati a bere da fontane con acqua non potabile. Un rischio enorme, ripensando a quando in Norvegia riempivamo le borracce nei fiumi purissimi… ma ci è andata bene.



E poi, il sonno. Quei secondi terribili e surreali in cui il cervello stacca la spina e gli occhi si chiudono da soli mentre stai ancora pedalando. Lì la mente lotta disperatamente contro il buio, aggrappata all’asfalto e alla voce dell’altro.
Le persone lungo la strada
Una mattina, all’alba, in Francia, abbiamo incontrato un ragazzo olandese che stava facendo la nostra stessa avventura. Ci siamo fermati a parlare e abbiamo condiviso qualche minuto di quella strana sensazione di essere lì, in un Paese straniero, mentre il mondo iniziava a svegliarsi e noi eravamo già in bicicletta da ore.
Abbiamo parlato anche del rapporto tra uomo e donna in una prova del genere. Lui ci raccontava che gli sarebbe piaciuto molto fare un’esperienza simile con la sua moglie, che però non aveva voluto seguirlo. Ci siamo salutati, ma poi lo abbiamo ritrovato più volte lungo il percorso.
È stato bello vedere come, in una gara così lunga, persone che fino a poche ore prima non conoscevi potessero diventare quasi compagni di viaggio.
E poi c’è stata una ragazza, anche lei ciclista e abituata a partecipare a gare, che aveva deciso di aiutare chi sarebbe passato davanti a casa sua in Francia. Aveva messo un cartello: “Go go go UtrechtUltra!” e lasciato una borsa frigo con acqua, bevande e qualcosa da mangiare.
Non conosceva noi. Sapeva soltanto che sarebbe passata una gara di ultracycling e aveva deciso di fare qualcosa per i ciclisti.
Un gesto semplice, ma che mi ha colpito tantissimo.
In altri momenti abbiamo anche bussato alle porte delle case per chiedere dell’acqua. E anche lì abbiamo trovato persone disponibili ad aiutarci.
Forse è questa una delle cose più belle dell’ultracycling: una comunità di persone che magari non si conoscono, ma che si riconoscono.


Le Fiandre e il ritorno
Poi siamo arrivati in Belgio e alle salite storiche della Fiandra, con i loro famosi tratti in pavé.
Farle con le biciclette cariche di borse da bikepacking è stato davvero faticoso. Ogni ciottolo arrivava direttamente al corpo e ogni salita sembrava più lunga.
Ma c’era qualcosa di emozionante nel pedalare proprio lì, su strade che fanno parte della storia del ciclismo.



Poi siamo tornati verso i Paesi Bassi.
Abbiamo attraversato Zoutelande, siamo arrivati a Westkapelle, con il suo faro, e abbiamo pedalato lungo la costa, tra sabbia, mare e vento.
Poi l’Oosterscheldekering, la grande barriera che protegge l’Olanda dal mare. Dopo tutto quello che avevamo attraversato, pedalare lì è stato quasi surreale: da una parte l’acqua, dall’altra la terra, e in mezzo noi con le nostre biciclette.



Abbiamo visto anche volpi attraversare la strada, albe, paesaggi che ci hanno lasciato senza parole, piccoli paesi e cattedrali.
Sono momenti che non fanno guadagnare posizioni e non compaiono nelle classifiche, ma sono quelli che rimangono.
Alla fine resta il viaggio
Al traguardo siamo arrivati in pochi. Tra le donne, su circa novanta iscritti, eravamo rimaste soltanto in due. Io e Marco abbiamo concluso al terzo posto nella categoria coppie.


È un risultato che mi fa naturalmente piacere, ma quando penso all’UtrechtUltra XL non è quello che mi viene in mente per primo.
Mi porto a casa soprattutto i 1.689 chilometri vissuti insieme.
Le crisi superate. Le risate. La fatica. Le persone incontrate. Il ragazzo olandese all’alba. La ragazza con il cartello e la borsa frigo. La doccia nel rifugio. Le tre ore dormite sul pavimento di un ufficio postale. La fame. Le volpi. Le montagne francesi. I ciottoli della Fiandra. Il mare olandese. Le dighe. I castelli. Le chiese.
E soprattutto la sensazione che, quando viaggi in bicicletta, il viaggio non è arrivare da un punto A a un punto B.
Il viaggio è esattamente quello che succede tra quei due punti.
La UtrechtUltra mi ha ricordato che l’ultracycling è sì una sfida sportiva, ma è anche un modo straordinario di conoscere il mondo e le persone.
E forse è proprio questo il motivo per cui continuo a pedalare.
Perché alla fine non ricordi soltanto quanti chilometri hai fatto. Ricordi quello che hai incontrato lungo la strada.
Francesca.
Ride Wild. Always.
🚴♀️ Vuoi seguire le mie prossime avventure in tempo reale?
👉 Seguimi su Instagram @francyridewild per non perderti i prossimi viaggi.























Rispondi