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Race Across Italy 2026 – Attraversare l’Italia, pedalando | 01/05/2026

773 km · 11.066 m D+ · circa 50 ore

La mia Race Across Italy è stata la mia terza ultra che ho pedalato da sola.
773,5 km, oltre 11.000 metri di dislivello e circa 50 ore per attraversare l’Italia centrale, partendo dall’Adriatico e arrivando al Tirreno, per poi tornare indietro. Ma se dovessi raccontarla solo attraverso i numeri, perderei la parte più bella. Perché anche questa volta, più che una gara, è stato un viaggio.

Dall’Adriatico al Tirreno

Si parte da Silvi Marina, in Abruzzo. L’idea è semplice solo sulla carta: attraversare l’Appennino, passare tra Abruzzo, Lazio, Marche e Campania, arrivare sul Tirreno e poi tornare verso l’Adriatico.

In mezzo ci sono borghi, montagne, boschi, salite, discese e strade che sembrano disegnate apposta per essere percorse in bicicletta. E forse è proprio questo che mi è piaciuto di più.

Io amo viaggiare e scoprire posti nuovi, spesso lontanissimi da casa. Ma questa gara mi ha ricordato quanto sia incredibile anche viaggiare nel proprio Paese. L’Italia, quando la attraversi lentamente, pedalando, ti mostra cose che dalla macchina non vedresti mai. E soprattutto ti fa sentire gli odori.

Letteralmente.

Gli arrosticini sulla strada

A un certo punto, durante una gara di ultracycling, ti aspetteresti gel, barrette, bevande energetiche. E invece sei in Abruzzo.

E senti odore di arrosticini.

È una di quelle cose che possono succedere solo qui. Alla time station addirittura ce li hanno messi davanti. Dopo decine e decine di chilometri, con la testa completamente concentrata sulla strada, ritrovarsi davanti del cibo vero, preparato con quella semplicità e quel calore che hanno le tavole italiane, è stato un momento che difficilmente dimenticherò.

Perché la Race Across Italy non è stata soltanto pedalare. È stata anche fermarsi per un attimo e sentirsi accolti.

Pedalare tra gli orsi

Poi è arrivata la notte. E la notte, in una ultra, cambia tutto. I boschi abruzzesi diventano completamente diversi. Buio, silenzio e quella sensazione di essere davvero lontani da tutto. E poi loro.

Gli orsi.

Un enorme cartello lungo il percorso ricordava che lì non si stava semplicemente attraversando un bosco. Ammetto che un certo effetto me lo ha fatto. Ma allo stesso tempo era quasi una motivazione in più.

Pedalare tra gli orsi. E andare avanti.

Dal caldo al gelo

Di giorno il caldo si è fatto sentire. Poi, nel cuore della notte, è arrivato l’opposto.

Un freddo assurdo.

Uno di quei freddi che non ti aspetti e che, quando sei stanca e hai già accumulato centinaia di chilometri, diventano molto più difficili da gestire.

Ho dormito praticamente niente durante la gara: solo un microsonno di circa venti minuti in una time station. E a un certo punto ero letteralmente congelata. Sono arrivata persino a mettere dei giornali sotto la maglia per cercare di trattenere un po’ di calore. Alla vecchia maniera.

Il freddo, probabilmente, mi ha presentato il conto. Credo di aver perso parecchie energie proprio lì, soprattutto nelle ore notturne e nelle salite più alte.

Le persone che incontri

Ma c’è una cosa che nelle ultra continua a sorprendermi. Le persone.

Durante il percorso ho incontrato gente del posto che, incuriosita dalla gara, ha iniziato a pedalare per qualche tratto con me. Mi facevano compagnia, mi raccontavano quei luoghi, mi indicavano strade e paesi. Per qualche chilometro diventavano i miei piccoli ciceroni improvvisati.

E poi c’è stata la solidarietà degli altri.

In un tratto isolato, nel freddo della notte, dove non c’erano paesi né possibilità di fermarsi a comprare qualcosa, una macchina di supporto a un altro atleta si è fermata. Mi hanno chiesto se avessi bisogno di qualcosa. Mi hanno dato da mangiare e mi hanno aiutata a superare quel momento. Non era il mio team. Non era qualcuno che doveva occuparsi di me. Era semplicemente qualcuno che aveva visto un’altra persona in difficoltà.

E in una gara così lunga, questi gesti valgono tantissimo.

Una gara con il calore di una famiglia

Anche l’organizzazione mi ha lasciato questa sensazione. La Race Across Italy ha un’atmosfera particolare, quasi familiare. Paolo Laurenti, sua moglie e persino la loro figlia sono parte di quell’organizzazione che mette davvero il cuore in quello che fa. E questa cosa si sente.

Non è soltanto una gara organizzata bene.

C’è quel calore italiano che ritrovi quando entri a casa di qualcuno e ti mettono qualcosa da mangiare davanti senza nemmeno chiederti troppo. Ed è forse per questo che alla fine, oltre alla fatica, rimane soprattutto un senso di gratitudine.

La gara dentro la gara

Dal punto di vista sportivo, fino a circa 400 km mi sentivo bene. Ritmo solido, poche pause, testa lucida. Poi qualcosa è cambiato. È arrivato un calo progressivo che ha raggiunto il punto più difficile intorno ai 700 km.

In quel momento sembrava davvero di aver finito le energie. E invece sono arrivati gli ultimi 80 km. Una nuova partenza. Non tanto di gambe, quanto di testa. Ho ricominciato a spingere e sono riuscita a portare a casa gli ultimi chilometri.

Alla fine ho chiuso con 773,5 km e 11.066 metri di dislivello positivo, in circa 50 ore.

E anche questa volta è arrivato un podio: terza Under 50. Ma non è il risultato che mi porto a casa. Anche perché so perfettamente che avrei potuto gestire alcune cose meglio.

Ho lasciato almeno quattro ore sul percorso tra errori, gestione e imprevisti. E proprio lì, secondo me, c’è il prossimo passo.

Quello che resta

Le ultra sono strane. Quando arrivi sei distrutta e pensi che non lo rifarai mai più. Poi passa qualche giorno. E cominci a ricordare altro.

I paesaggi. Una salita fatta insieme a qualcuno. Una persona incontrata per caso.

Gli arrosticini.

Il freddo.

I boschi.

Una macchina che si ferma per aiutarti.

Una tavola apparecchiata.

Il post gara con la porchetta e fave.

E ti accorgi che i numeri sono soltanto una parte della storia.

773 chilometri sono tanti.
Ma quello che rimane non si misura in chilometri.

La Race Across Italy 2026 per me è stata soprattutto questo: un modo diverso di attraversare il mio Paese, di conoscerlo ancora una volta attraverso le sue strade, i suoi paesi e soprattutto le sue persone. E alla fine, sopra tutto, resta quella sensazione profonda di aver portato a termine qualcosa di grande.

La mia terza ultra si chiude così.

Con qualche errore in più da trasformare in esperienza. E, inevitabilmente, con gli occhi già rivolti verso la prossima strada.

Ride Wild. Always.

Francy

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