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Ride Wild “Mother North 2025” – 1.000 km Gravel

Ci sono gare in cui, quando arrivi al traguardo, pensi soltanto a una cosa: finalmente è finita.

E poi ci sono gare in cui tagliare il traguardo ti lascia una strana sensazione di malinconia.

Per me, la Mother North 2025 è stata così.

È stata l’esperienza sportiva più impegnativa che avessi mai affrontato. Ma è stata soprattutto un viaggio. Un viaggio in gravel, attraverso la Norvegia più selvaggia, fatto insieme a Marco, tra montagne, boschi, laghi, fiordi, ghiacciai, vento, pioggia e un freddo che non avevo mai provato così intensamente.

Ero partita sapendo che sarebbe stata dura. Non immaginavo quanto.

E soprattutto non immaginavo quanto mi sarebbe entrata dentro.

Distanza: 1.028 km

Dislivello positivo: 17.294 m D+

Tempo totale: 5 giorni e mezzo

Siamo partiti da Lillehammer, iniziando un lungo giro attraverso un Paese che sembrava cambiare continuamente davanti ai nostri occhi.

Boschi, piccoli paesi, laghi, montagne e strade che sembravano perdersi nel nulla. Pedalavamo per chilometri senza incontrare quasi nessuno. Poi, improvvisamente, compariva una piccola cittadina, una casa, un locale.

La Norvegia aveva una dimensione completamente diversa da quella a cui ero abituata.

Spazi enormi. Silenzio. Natura.

E una sensazione di libertà difficile da spiegare.

Uno dei primi ricordi che mi porto dietro è la prima notte.

Eravamo arrivati in un paesino sperduto e ci siamo fermati in un piccolo campeggio.

C’erano pochissime casette di legno (Cabin), quelle tipiche norvegesi con il tetto ricoperto d’erba. Non c’era praticamente nulla.

Niente ristorante, niente negozi, niente di quello che normalmente immagini quando pensi a una sosta durante una gara. Abbiamo mangiato due gelati.

Eppure quella sera è stata bellissima.

Una piccola casetta di legno, un caminetto, il silenzio, la natura tutto intorno e noi due. Dopo una giornata in bicicletta, immersi in quel paesaggio, sembrava quasi di essere dentro un film. È stato uno di quei momenti in cui ti dimentichi per qualche ora di essere lì per una gara.

Quando il meteo decide per te

La Mother North ci ha messo davanti praticamente tutto quello che poteva.

Pioggia… Freddo… Vento…

E un meteo capace di cambiare nel giro di pochissimo tempo.

Abbiamo preso così tanta pioggia che a un certo punto l’unica cosa da fare era fermarsi. Entrare in un piccolo locale, togliersi per quanto possibile il bagnato, coprirsi con una coperta e bere qualcosa di caldo.

Il tè caldo, in quei momenti, aveva un valore completamente diverso. Non era semplicemente una bevanda.

Era calore.

Era la possibilità di ripartire.

In alcuni tratti eravamo così lontani da tutto che quei pochi locali lungo il percorso diventavano una specie di punto di ritrovo naturale. Ciclisti infreddoliti, biciclette appoggiate fuori, qualcuno che mangiava, qualcuno che cercava di asciugarsi, qualcuno che semplicemente stava lì in silenzio.

Per qualche minuto eravamo tutti uguali. Poi si ripartiva.

Il vento

E poi c’è stato il vento. Non il vento che ti rallenta. Quello contro cui devi combattere per rimanere in piedi. In alcuni tratti era talmente forte che non riuscivamo nemmeno a pedalare.

Abbiamo dovuto scendere e spingere le biciclette.

In quel momento non c’era niente di eroico. C’era soltanto da aspettare, tenere la bici e cercare di andare avanti.

La Mother North non ci ha regalato niente.

Ogni volta che pensavamo di aver superato la parte più difficile, arrivava qualcosa di nuovo.

Una salita… La pioggia… Il freddo… Il vento…

Eppure continuavamo.

E poi i riposi… ricordo a Lunden, non avendo trovato un posto dove dormire, abbiamo finito per passare qualche ora di notte in una piccolissima stazione di legno riscaldata. Una panca dura come letto, un po’ di riposo e quella sensazione stranissima di essere lì, a vivere davvero l’avventura.

Ci siamo concessi un paio d’ore di riposo prima di una lunga salita. La panca era dura, certo… ma quel posto era magico. E, in fondo, era esattamente il tipo di esperienza che eravamo venuti a cercare.

Tra le parti più belle del percorso

Tra le parti più belle del percorso ci sono state le grandi montagne norvegesi. Vindhellavegen, le salite verso Aurlandsfjellet, Flåmsdalen, le montagne intorno a Flåm.

Salite lunghe e, in alcuni punti, durissime. Con la gravel carica di borse, ogni pendenza si faceva sentire. Ma bastava alzare gli occhi. E la fatica, per qualche secondo, passava in secondo piano.

Ci sono paesaggi che non riesci davvero a fotografare.

Puoi provarci, ma quando sei lì davanti, con il vento addosso e il silenzio intorno, capisci che la fotografia non riuscirà mai a restituire completamente quello che stai vivendo.

La Norvegia per me è stata questo. Una continua sorpresa.

Poi sono arrivate le salite di Myrdalsvingane.

Pendenze così impegnative che molti partecipanti sono stati costretti a scendere dalla bici e spingere. E anche noi abbiamo dovuto fare i conti con quella salita. Con le gambe già stanche, la bici carica e tutto quello che avevamo accumulato nei chilometri precedenti, ogni metro sembrava costare tantissimo.

Ma anche lì, ancora una volta, la strada ci ha regalato qualcosa. Perché mentre salivi e pensavi soltanto alla fatica, intorno a te c’era un paesaggio che sembrava appartenere a un altro mondo.

Il ghiaccio e il sole di mezzanotte

Ma c’è un momento che porto dentro più di tutti gli altri. Ero tra i ghiacciai.

C’era neve… C’era un freddo incredibile… Ed ero sola.

Marco era più avanti.

Era tardi, ma in Norvegia, in estate, la notte non è veramente notte. Erano circa le undici di sera e c’era ancora il sole di mezzanotte.

Mi trovavo lì, in mezzo al nulla, circondata dalla neve e dai ghiacciai, con le mani gelate e una sensazione di freddo che credo di non aver mai provato così forte durante una gara.

E contemporaneamente ero completamente rapita da quello che avevo davanti. Era difficile mettere insieme le due cose. La sofferenza fisica e la meraviglia.

Il freddo e la luce. La fatica e la bellezza.

Ero sola, ma non mi sono mai sentita così dentro a un paesaggio.

In quel momento ho capito davvero cosa significava essere nel Nord.

La strada insieme

Anche questa volta c’era Marco. E anche questa volta abbiamo condiviso ogni chilometro.

Abbiamo riso.

Abbiamo stretto i denti.

Abbiamo litigato.

Abbiamo pedalato in silenzio.

Ci siamo aspettati e sostenuti.

Perché quando passi così tante ore insieme, la fatica amplifica tutto. Le emozioni diventano più forti e anche le piccole incomprensioni possono diventare grandi. Ma alla fine succede sempre la stessa cosa.

Si riparte.

Perché in una prova così lunga non conta soltanto quanto sei forte da solo. Conta anche quanto riesci a esserci per l’altra persona quando ne ha bisogno.

La Norvegia e le persone

Nonostante la durezza del percorso, non eravamo mai veramente soli. Ogni tanto incontravamo altri partecipanti e, soprattutto nei pochi punti di ristoro o nei piccoli locali lungo la strada, ci ritrovavamo tutti insieme.

Un piatto caldo. Una pizza. Un tè. Una coperta. Poche parole.

E poi di nuovo fuori.

Era strano vedere come una gara così estrema potesse creare momenti di grande condivisione. Persone provenienti da posti diversi, con storie diverse, tutte lì per lo stesso motivo.

Pedalare. Resistere. Continuare.

Quando arriva il traguardo

Molti dei partecipanti non sono arrivati al traguardo. Questo dice molto sulla difficoltà della Mother North. E quando finalmente abbiamo tagliato il traguardo, avrei dovuto provare soltanto felicità. Invece ho sentito qualcosa di diverso.

Malinconia.

Per la prima volta, tagliare un traguardo non mi ha fatto pensare “finalmente è finita”.

Ho pensato: Vorrei continuare.

Avrei voluto restare ancora in quella Norvegia. Ancora quelle montagne. Ancora quelle strade. Ancora quel silenzio. Ancora quel freddo, forse.

Perché quando un viaggio ti entra così dentro, arrivare alla fine significa anche doverlo lasciare.

Torno a casa diversa. Più forte. Più consapevole.

E con la Norvegia dentro.

Durante questa esperienza avevo sulla maglia una frase:

“Når mørket faller, skinner stjernene.”

Quando cade l’oscurità, le stelle brillano.

L’avevo scelta prima di partire.

Ma dopo quello che ho vissuto, quella frase ha assunto un significato completamente diverso. Perché nella Mother North ci sono stati momenti in cui sembrava esserci soltanto fatica.

Freddo. Pioggia. Vento. Buio.

E poi, improvvisamente, arrivava qualcosa.

Un paesaggio. Una luce. Una persona. Un rifugio caldo. Un tratto di strada bellissimo. Una vetta. Il sole di mezzanotte.

Una di quelle cose che ti ricordano perché sei lì. Forse è proprio questo che mi ha insegnato la Norvegia. Che non devi avere paura dell’oscurità.

Perché è proprio lì che, a volte, riesci a vedere le stelle più chiaramente. E forse è anche per questo che, arrivata al traguardo, non volevo davvero fermarmi.

Perché alla fine non ricordi soltanto quanto hai sofferto. Ricordi quello che hai visto. Quello che hai sentito. Le persone che hai incontrato. E soprattutto quello che hai provato mentre pedalavi.

La Mother North è stata la gara più dura che abbia mai fatto.

Ma anche una delle esperienze più belle della mia vita.

E la Norvegia, ormai, non è più soltanto un Paese sulla carta. È un pezzo di me.

Francesca.

Ride Wild. Always.

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